Costruiamo le condizioni per una crescita sostenibile e inclusiva.

All’inizio della XVII legislatura, nella primavera del 2013, l’Italia era in piena recessione. Nel corso degli ultimi anni il sistema produttivo è uscito dalla recessione ma le ferite della crisi sono ancora profonde.

Oggi abbiamo recuperato la metà della caduta del Prodotto Interno Lordo (-9% nel momento più buio) ma ancora molto resta da fare. Ce lo dicono le statistiche sul lavoro: a dicembre 2017 la disoccupazione è scesa al 10,8%, un andamento incoraggiante rispetto al 13% del 2014, ma dietro questa percentuale ci sono le storie individuali di più di due milioni di uomini e donne che ancora non trovano lavoro. È a loro che ho pensato quando ho deciso di candidarmi alla Camera dei Deputati.

Sono orgoglioso di quanto abbiamo fatto dal 2014 in avanti, ma soprattutto sento il bisogno di difendere i risultati conseguiti affinché siano la base di partenza per una nuova fase.

Avremo cinque anni davanti a noi per costruire politiche che diano soluzioni ai problemi e non possiamo correre il rischio che una classe dirigente impreparata distrugga quanto fatto finora per ricominciare tutto daccapo.

In questi anni abbiamo fatto il possibile per affrontare emergenze di natura diversa, eredità della crisi ma anche di impedimenti strutturali che si sono andati sedimentando in vent’anni, durante i quali le politiche non hanno riformato ambiti cruciali per la vita economica e sociale.

Così ci siamo trovati davanti a una dinamica del debito pubblico in crescita rispetto al PIL da sette anni (dal 100 al 130 per cento) e lo abbiamo stabilizzato, grazie a una politica di bilancio di responsabile riduzione del deficit. Al tempo stesso dovevamo spingere il tessuto produttivo fuori dalla recessione, quindi abbiamo recuperato spazi di bilancio per ridurre le tasse e incentivare gli investimenti che innovano la struttura produttiva: nel 2017 i contribuenti hanno pagato 32 miliardi di tasse in meno di quanto previsto dalle proiezioni economiche del 2014, grazie al taglio dell’Irap, dell’Ires, della Tasi e delle imposte del settore agricolo.

Abbiamo dovuto affrontare la crisi di sette banche (su 600) con bilanci appesantiti da crediti deteriorati (in parte a causa della crisi, in parte per scelte sbagliate e talvolta colpevoli del management) e oggi possiamo dire di avere un sistema del credito più moderno, con una governance capace di aumentare i presidi contro comportamenti scorretti del management. Non solo: abbiamo introdotto strumenti finanziari come i PIR – piani individuali di risparmio – per canalizzare il credito delle famiglie verso le imprese italiane.

Mi aspetto che nei prossimi anni l’economia continui a migliorare perché gli effetti delle riforme – come la riforma dell’amministrazione fiscale che ha introdotto la dichiarazione dei redditi pre-compilata, gli avvisi bonari al contribuente, certezza del diritto per le imprese – daranno risultati crescenti nel tempo.

Per raccogliere i risultati attesi dopo anni di sacrifici abbiamo bisogno di continuare su questa strada.
Ma oggi il campo politico si divide in tre. Ci sono i demolitori, che promettono di cancellare le riforme faticosamente introdotte in questi anni senza proporre credibili politiche alternative. Poi ci sono quelli che propongono soluzioni facili e apparentemente salvifiche, come “fate turchine” dalla bacchetta magica: basta scavare un po’ sotto la superficie per constatare che quelle proposte non sono sostenibili. E infine ci siamo noi: i costruttori, quelli che lavorano nella consapevolezza che non esistono scorciatoie, che per ottenere risultati occorrono tempo e fatica.
Per questo mi sono candidato: per dare agli elettori che si aspettano politiche serie, responsabili, capaci di affrontare i problemi strutturali del paese, la possibilità di continuare a progredire nel solco tracciato, con l’obiettivo finale di creare nuova occupazione stabile in particolare per i giovani e per aumentare il coinvolgimento delle donne nel tessuto produttivo.