In questi anni l’Italia ha finalmente ripreso a crescere, l’occupazione è aumentata e registra un milione di nuovi posti di lavoro.

Non è ancora abbastanza, soprattutto se consideriamo che la crisi è stata così profonda che non abbiamo ancora recuperato i livelli di benessere raggiunti prima della crisi, nel 2008. La crisi ha lasciato ferite profonde nel tessuto sociali che potranno essere sanate soltanto continuando in un lavoro che aiuti a distribuire tra la popolazione i benefici della crescita economica.

I risultati ottenuti in questi anni sono un punto di partenza, pongono le basi per un recupero dell’equità sociale altrimenti impossibile. Un lavoratore che ha trovato occupazione, un commerciante che ha visto aumentare gli incassi o un’impresa che può investire di più grazie alle agevolazioni fiscali cominciano a toccare con mano il significato della parole “ripresa”. Ma per chi un lavoro ancora lo cerca, per un imprenditore privo di opportunità sui mercati esteri o per un artigiano messo in difficoltà dalla concorrenza a basso costo “ripresa” è tutt’ora una parola priva di significato.

Abbiamo corretto i conti pubblici evitando manovre troppo pesanti, così da poter ridurre le imposte su lavoro, famiglie e imprese. Con un lavoro fatto non tanto di nuove leggi ma soprattutto di attenzione operativa alla macchina pubblica abbiamo arrestato il drammatico crollo degli investimenti.
E poi abbiamo trovato i margini per introdurre il reddito di inclusione, una misura di contrasto alla povertà che aiuta l’inserimento nel mondo del lavoro.

Per questo credo che sia utile spiegare meglio quali sono i risultati ottenuti fin qui, con fatica e pazienza, di cui vado fiero.
Nel 2013 l’Italia era ancora avvitata in una spirale pericolosa: un prodotto interno lordo ancora in calo e un debito pubblico (in rapporto al prodotto interno lordo stesso) in continua ascesa. I finanziatori del nostro debito pubblico chiedevano interessi elevati che sottraevano risorse al rilancio dell’economia e a politiche per l’equità sociale. Con un lavoro paziente in campo economico e diplomatico abbiamo conciliato misure di sostegno a crescita e occupazione con la riduzione del deficit pubblico che ha contribuito a stabilizzare il debito. È il “sentiero stretto” che ho promosso in Europa e in Italia.

Fin dal primo momento nel mio incarico ho creduto che si trattasse di iniziative importanti e urgenti. Ma non sufficienti se pensiamo al futuro. Per migliorare stabilmente la situazione italiana servono le riforme necessarie ad accrescere il potenziale della nostra economia in modo sostenibile ed inclusivo. Per avviare un percorso ben pianificato abbiamo introdotto nella programmazione delle finanze pubbliche in Italia – primo paese europeo e del G7 – alcuni principi e indicatori di benessere equo e sostenibile (relativi a disuguaglianza, salute, istruzione, ambiente, sicurezza).

È per continuare questo percorso che mi candido per il prossimo Parlamento.

Tra le riforme che ho portate avanti in prima persona o che ho appoggiato convintamente cito la riforma del mercato del lavoro, un approccio più efficace della lotta all’evasione, la riforma della giustizia civile, le misure per facilitare l’accesso al credito delle piccole e medie imprese, le norme per rendere più solide e più trasparenti le banche locali.

Ecco, le banche: in Italia ce ne sono circa 600. Tutte hanno dovuto affrontare gli effetti della crisi economica, qualcuna ha dovuto anche correggere gli errori di gestioni poco oculate. Sei di queste sono entrate in crisi: Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza, Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, Banca Popolare della provincia di Chieti.

Banca Monte dei Paschi Siena invece ha accumulato una quantità di crediti non recuperabili che ne minacciavano il futuro. In un contesto reso difficile da nuove regole europee, siamo riusciti ad evitare gli scenari drammatici che si sarebbero realizzati in caso di fallimento e abbiamo preso decisioni grazie alle quali nessun risparmiatore ha perso un solo euro, nessun lavoratore ha perso il posto di lavoro, nessuna impresa si è vista revocare linee di credito.

Nonostante questo alcune voci agitano lo spettro di “banche fallite” e “risparmiatori sul lastrico”. Niente di tutto questo è successo anche se qualcuno può essere stato indotto a investire i propri risparmi in strumenti ad elevato rischio come le azioni di banche che sono state azzerate a causa della crisi o della cattiva gestione del management. Ma rispetto a questi cosa avremmo dovuto fare? Avremmo potuto chiedere ai contribuenti italiani, anche a un lavoratore a basso reddito, di rimborsare persone che hanno investito nelle azioni di una banca? Non credo che sarebbe stato equo. L’intervento con capitale pubblico per garantire la continuità delle banche e la tenuta nel sistema bancario ha buone probabilità di non generare perdite per i contribuenti italiani, se non addirittura di rivelarsi un affare (come è accaduto in altri Paesi).